14 giugno 2018 Azioni di lotta: parla Chiara Landi

14 giugno 2018 Azioni di lotta: parla Chiara Landi

Intervento 14 giugno 2018
Chiara Landi
Il movimento sindacale ha consacrato il 2018 come anno femminista e la campagna per la parità salariale e contro le discriminazioni è divenuta una priorità delle nostre federazioni.
Dopo il Primo maggio, la data del 14 giugno rappresenta la seconda tappa della nostra mobilitazione per la grande manifestazione prevista per il 22 di settembre a Berna.
Sono decenni che le donne si battono per vedersi riconosciuto quello che è un diritto non solo costituzionalmente riconosciuto, ma un diritto che rientra a tutti gli effetti tra i diritti umani: il diritto alla non discriminazione.
Oggi più che mai il movimento sindacale assieme con i partiti politici e le organizzazioni femministe svizzere devono mettere tutti il peso in questa battaglia di società.
La campagna che ci vede coinvolte parte innanzitutto dalla rivendicazione della parità salariale sancita dalla costituzione, che prevede, come sapete che a lavoro uguale venga corrisposto un salario di uguale.
Qualcuno nelle ultime settimane si è spinto a dire che la discriminazione salariale sia solo “presunta” e “non accertata”. Mi riferisco alle dichiarazioni di Gian Luca Lardi, vicepresidente dell’Unione svizzera degli imprenditori. A parte queste affermazioni strumentali e azzardate, oggi si continua a considerare la disparità salariale come un problema marginale che riguarda solo una minoranza. Sappiamo benissimo che non siamo di fronte ad un problema “femminile”, ma un problema che concerne l’intero modello socio economico.
Una parte importante di questa disparità salariale è il riflesso di una discriminazione strutturale che vede le donne relegate non solo nelle basse fasce salariali di un’azienda, ma anche nei settori di attività a basso livello retributivo (commercio al dettaglio, industria dell’abbigliamento, servizi di cura e aiuto domestico). Questa segregazione è lo specchio di una società patriarcale che si fonda su una divisione sessuale dei compiti tra uomo e donna sia nella vita privata che nella vita professionale.
Le donne, nel corso della loro vita, lavorano generalmente molto più degli uomini e il loro impegno è spesso sottopagato o addirittura non remunerato. La difficile conciliazione lavoro famiglia, inoltre, mette le donne davanti alla scelta obbligata del tempo parziale, che è diventato sempre più una trappola che non garantisce una reale indipendenza economica e che relega le lavoratrici in una condizione di precarietà strutturale.
Spesso la discussione sulla precarietà considera il solo lavoro lucrativo. Tuttavia per comprendere la condizione in cui vivono le donne, il precariato deve essere inserito in una dimensione più ampia, che coinvolge tutti gli aspetti della vita. Parliamo dunque di precarietà esistenziale.
Nessuno è salvo dal rischio precarietà, soprattutto in una regione come il Ticino che come sappiamo è il laboratorio per tutte quelle politiche che hanno accelerato e acuito i fenomeni della precarietà e del dumping salariale e sociale. È però chiaro che le categorie sociali più esposte e colpite dal fenomeno sono le donne e i migranti.
E il processo di precarizzazione si accompagna, nemmeno a farlo apposta, con il processo di femminilizzazione del lavoro che ha riguardato e riguarda molti settori dell’economia. Molti studi hanno evidenziato come la femminilizzazione del lavoro non significa solo maggiore presenza di donne nel mercato del lavoro, ma anche riduzione del lavoro nel suo complesso a condizioni di precarietà e di carenza di diritti che tradizionalmente caratterizza il lavoro femminile.
È per questo che possiamo dire con forza che lottare per rafforzare i diritti delle donne vuol dire lottare per migliorare i diritti di tutti.
Oltre che per la parità salariale in senso stretto, dobbiamo lottare per una concreta riduzione del tempo di lavoro per il miglioramento delle condizioni di salute, sicurezza e benessere delle lavoratrici e dei lavoratori, nonché per migliorare l’equilibrio fra lavoro e vita privata e per rendere le persone padrone del proprio tempo.
Dobbiamo combattere per rafforzare i contratti collettivi con salari dignitosi ed estenderli il più possibile a tutti quei settori a bassa remunerazione occupati principalmente da donne.
Dobbiamo combattere per rafforzare lo stato sociale, per l’estensione del congedo maternità, per l’istituzione del congedo parentale, e per un servizio pubblico di qualità per la prima infanzia.
Abbiamo bisogno di una grande mobilitazione su questi temi. È una lotta lanciata dalle donne ma che è trasversale e riguarda tutti!
Il 22 settembre è necessario scendere in massa in piazza federale a Berna per spingere verso il cambiamento!
Una grande manifestazione che non deve essere vista come traguardo, ma come punto di partenza per una mobilitazione ancora più ampia e incisiva che ci vedrà coinvolte anche nel 2019, come abbiamo già proclamato dal palco del 1 maggio.
Perché se i fischietti in piazza non bastano più, allora dobbiamo dimostrare, oggi come nel 1991, che “se le donne lo vogliono tutto si ferma!”.

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