La donna nella Rivoluzione

La donna nella Rivoluzione

di Sonja Crivelli

Gli autori di ricerca sulle rivoluzioni che hanno segnato la storia e in particolare la storia dell’Europa non hanno mai dimostrato molto interesse per le donne. Eppure molte di esse hanno lottato a fianco degli uomini rendendo più intensa la battaglia per cambiare il mondo. La ricorrenza dei 100 anni dalla rivoluzione russa ci porta a tessere un filo conduttore che lega la vita delle donne all’interno dei vari movimenti e atti rivoluzionari che si sono succeduti nel nostro continente.

Alla fine del 19.mo secolo e all’inizio del 20.mo, la donna lavoratrice riceveva un salario inferiore fino alla metà di quello dell’uomo e questo rendeva spesso difficile mantenersi autonomamente. A lei spettava pure la gestione familiare, la cura delle figlie e dei figli e delle persone anziane: tutto questo agiva spesso da detonatore per le manifestazioni di rivolta che chiedevano pane. Contemporaneamente altre donne, denominate come femministe borghesi dalle organizzazioni del movimento operaio, si battevano per i diritti civili come l’accesso alla formazione e alla cultura e un’affermazione professionale, il diritto di proprietà e di eredità, il divorzio.

Dopo la Rivoluzione francese, le donne di Parigi seppero dimostrare di nuovo determinazione e coraggio nei brevi mesi della Comune di Parigi. L’8 aprile 1871 venne pubblicato un Manifesto che proponeva la creazione di un’organizzazione delle donne, fondata poi con l’obiettivo iniziale di svolgere azioni assistenziali ma ben presto si andò oltre. Venne quindi istituita una commissione speciale non mista che aveva il compito di lavorare alla creazione di scuole femminili e scuole professionali. Vennero creati asili-nido vicino alle industrie ed ebbe avvio il dibattito sulla parità di salario donna-uomo. Tutto questo fu distrutto dalle truppe di Versailles, contro le quali furono erette barricate dove le donne erano in prima fila, instancabili nel difendere quello che avevano costruito. Dopo la sconfitta della Comune, 1051 donne vennero trascinate davanti al Consiglio di Guerra, una sola apparteneva alla borghesia.

Ma la storia non si arrestava e la nascita di nuovi movimenti in Europa aveva comunque scosso le coscienze e abbattuto il muro che impediva alle donne di partecipare alle riunioni politiche. In Germania, nel 1878 ebbe particolare rilievo la pubblicazione di Bebel “La donna e il socialismo” dove si poteva leggere come la donna fosse oppressa, sia come operaia che come donna. Non è nemmeno impossibile dimenticare il grande ruolo avuto da Klara Zetkin, lavoratrice instancabile all’interno della socialdemocrazia tedesca per i diritti della donna, in particolare nel mondo del lavoro e nella formazione come pure all’interno della famiglia, ossia con la condivisione del lavoro di cura. Sessualità e controllo delle nascite non erano contemplati. Nel 1907 vi fu la Prima Conferenza Internazionale delle donne socialiste che vide la presenza di 60 delegate, provenienti da 16 paesi. La seconda Conferenza ebbe luogo a Copenaghen nel 1910, con 100 delegati (uomini e donne) provenienti da 17 paesi. In quella occasione venne istituita la Giornata internazionale della donna, inizialmente senza una data fissa e stabilita in seguito nel giorno dell’8 marzo.

Dieci anni dopo la prima Conferenza Internazionale, le operaie di Pietrogrado scesero in piazza. Era il 23 febbraio 1917, l’8 marzo secondo il calendario gregoriano. Spinte dalla fame, esse scesero in piazza massicciamente convincendo anche gli uomini a manifestare per migliori condizioni di lavoro, per chiedere pane e pace in un paese devastato dalla guerra: il primo passo verso la rivoluzione. Nella società zarista la donna non godeva di nessuna libertà: era obbligata ad obbedire al marito, riconosciuto come capo della famiglia al quale doveva sottomettersi. Non era libera di accettare un lavoro, di spostarsi senza la sua autorizzazione. La violenza domestica rappresentava una pratica quasi regolare. Basti rammentare che tra le famiglie contadine vi era la tradizione che il padre della sposa regalava al genero una frusta, da usare in caso di bisogno: un regalo di nozze del tutto particolare. L’ottenimento del divorzio, oltretutto costoso, era quasi impossibile ed era sottomesso alla chiesa ortodossa. Ben si comprende quindi la manifestazione di quel 23 febbraio 2017. Quello che successe dopo in Russia è noto a tutte e tutti ma è bene sottolineare cosa questo ha significato per la vita delle donne russe. Nonostante le condizioni economiche e di vita, i primi anni della rivoluzione hanno segnato il livello più alto di cambiamento radicale nel processo di emancipazione e libertà delle donne russe. Due sono i pilastri sul quasi si basava questo cambiamento: la liberazione della donna dal lavoro domestico e l’indipendenza dall’uomo attraverso la partecipazione attiva nel mondo del lavoro, senza discriminazione di salario. Tutto doveva avvenire quindi sia nella collettività che nelle mura di casa ma le misure messe in atto miravano a socializzare il lavoro domestico senza intaccare troppo la divisione sessuale del lavoro. Alla donna veniva infatti riconosciuta come prerogativa la capacità di svolgere efficacemente il lavoro di cura negli asili, nelle lavanderie, nelle mense. Le donna erano quindi operaie salariate adeguatamente ma comunque predisposte a certi lavori. All’inizio del secolo scorso, quando in altri paesi le donne si battevano per i diritti fondamentali, in Russia esse avevano una commissione specifica all’interno del comitato centrale, erano attive politicamente e sindacalmente. Inoltre, fatto del tutto inusuale per quel periodo, vi era una donna all’interno del governo, Alexandra Kollontaj la quale lottò a lungo per abbattere il conservatorismo che faticava, comunque, a scomparire. La Kollontaj, sostenuta anche da Lenin all’interno del Partito, istituì il matrimonio civile con la possibilità di scelta del nome di famiglia del marito o della moglie. Grazie al suo instancabile impegno, altre modifiche nella vita delle donne di 100 anni fa in Russia furono la possibilità del divorzio consensuale, la proclamazione della parità donna-uomo, il il congedo maternità di 16 settimane e, primo Paese al mondo, il diritto all’interruzione della gravidanza. Tutto questo nonostante gli scarsi mezzi finanziari a disposizione e le resistenze da parte di alcuni ambienti. La trasformazione in atto in quegli anni ci dimostra con estrema chiarezza il legame che unisce emancipazione e autorganizzazione delle donne e movimento operaio.

Altrove, in Cina da gradevole ornamento e senza diritti alcuni, la donna cinese non aveva posto nella società. Mao Tse Tung, nel 1919 pubblicava una serie di articoli dedicata all’oppressione della donna, sostenendo il diritto di voto e la parità. Il percorso verso il riconoscimento fu lungo perché segnato dalla storia della rivoluzione cinese.

Il processo rivoluzionario non si ferma alla rivoluzione russa né a quella cinese. La libertà delle donne attraversa altre rivoluzioni, altre guerre dove esse rappresentano l’anello forte nella lotta per la libertà di tutte e tutti. Il filo che unisce le donne russe passa in seguito nelle mani delle donne della Spagna repubblicana prima, e della guerra civile poi. La vittoria di Franco ha poi cancellato tutto quanto era stato conquistato in libertà e le donne furono coloro che dovettero fare un grande passo a ritroso.

La rivoluzione russa e le altre rivoluzioni hanno trasformato la donna da subalterna a cittadina. Cosa rimane oggi di tutto questo? Il percorso di una vita e di una società non è mai lineare e la storia della libertà della donna segue questo ritmo carsico. Molta strada vi è ancora da fare affinché la libertà della donna, in ogni angolo di questo mondo ma anche nella nostra piccola realtà diventi pratica spontanea quotidiana, affinché questo modo di essere donna e uomo sia saldamente radicata nella coscienza collettiva e diventi consapevolezza , realizzazione condivisa. La rivoluzione russa e le altre rivoluzioni hanno il pregio di aver dimostrato che questa via è possibile: un’eredità preziosa che ci dice come sia determinante l’intreccio tra progetto politico e dignità della donna.

7 novembre 2017

rifer. bibliog. “Le relazioni pericolose” di Cinzia Arruzza – ed Alegre 2010

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