#metoo: alzi la mano chi ha banalizzato

#metoo: alzi la mano chi ha banalizzato

Ve lo ricordate il movimento #metoo? Vi ricordate le reazioni un po’ scocciate di tutti quelli che davano delle esagerate alle femministe che chiedevano di agire, banalizzando il tema? I media se ne sono occupati, certo, ma spesso per disquisire su cosa fosse la differenza tra flirt e molestia. Le questioni vertevano sulla credibilità di persone ricche e famose che solo dopo tanti anni decidevano di denunciare e, guarda caso, tutte assieme, quando ormai la maggior parte dei reati erano in prescrizione. Pochi gli specialisti, e forse troppi gli opinionisti. Oggi, forse per effetto elettorale, sembrano tutti gridare allo scandalo, chiedendo la testa di quello e questo, insinuando connivenze politiche, insultando chi non è intervenuto in tempo nel dibattito. Vorrei precisare, nel dibattito ci sono da almeno 10 anni, con articoli, azioni concrete, e richieste puntuali. Cercando di sensibilizzare la politica, di creare alleanze trasversali su una tematica che non è certo nuova, la violenza sulle donne e il sessismo diffuso che ne fa da orizzonte culturale, ma che purtroppo solo quando diventa cronaca sembra interessare.

Siete sicuri che con tutto questo gridare, le vittime si sentano più protette? Per intenderci, è scandaloso quello che è successo, e va raccontato, come lo è la consapevole (ma troppo spesso inconsapevole) tendenza culturale a banalizzare le segnalazioni e le denunce. La mia solidarietà è tutta per le vittime che per anni non sono state credute.

Il drammatico è che la vittima spesso non trova la solidarietà dei colleghi e delle colleghe. Si sente dire che il molestatore “è fatto così, cosa vuoi farci”. Addirittura rimproverare di non apprezzare i complimenti: “in fondo vuol dire che gli piaci”. Più spesso il commento è del tipo “un po’ te la cerchi, dai, vestita così”, “cosa vuoi, sei sempre così servizievole”. Se poi insisti ti puoi sentir dire di “non fare l’isterica” o, ancora peggio “la femminista fanatica, in fondo è solo una battuta (una barzelletta, un bacino, una toccata, un messaggino…). E poi c’è chi proprio non ci crede e ti dice che “è solo una tua percezione”, “sei tu che vuoi vederci qualcosa di sporco”. Ma anche quando ti credono e meglio “non denunciare, alla fine la figura della troia borderline e inadeguata la fai tu”, quando non la rassegnata constatazione che “se denunci perdi il posto, lui è più potente di te”.

Le colpe in una sola frase si ribaltano direttamente su chi subisce le molestie, giustificando il molestatore e una cultura di predazione autorizzata. Grazie al movimento #metoo, alle campagne, alle marce, agli scioperi femministi, alla giovanissima attrice Emma Watson che chiede agli uomini di cambiare con #heforshe, a molto attivismo femminile, la cultura predatoria sta ricevendo uno scossone. Ma per cambiare sono necessarie anche volontà politica e risorse finanziarie. Sono indispensabili regole chiare per le aziende pubbliche e private, verificate attraverso gli ispettori del lavoro. Direttive e procedure di intervento condivise per proteggere l’integrità e la dignità delle collaboratrici e dei collaboratori, regole la cui assenza o inosservanza possono diventare motivo di esclusione, ad esempio, a un concorso pubblico. È anche indispensabile utilizzare strumenti di selezione dei quadri dirigenti (magari evitando team solo maschili) orientati a verificare anche le competenze sociali e decisionali, la capacità di garantire un clima di rispetto. Offrire loro una formazione specifica. É importante che venga stabilito un obbligo di segnalazione dei casi trattati nelle aziende all’ispettorato del lavoro, anche quando questi sono stati risolti internamente. Infatti non tutte le molestie sono della stessa natura e hanno le medesime conseguenze per le vittime, e per ogni situazione – così chiede anche la legge- è necessario prendere provvedimenti proporzionati, anche penali se è il caso. Ci possono essere molte altre misure, ma la cosa sulla quale bisogna seriamente lavorare è la creazione di un clima in cui la persona che denuncia sia presa sul serio, senza che pregiudizi e banalizzazioni invalidino la loro parola.

Saranno pronti i nostri politici a prendersi l’impegno anche dopo la campagna elettorale? Saranno pronti i media a fare il loro dovere di servizio pubblico anche quando i riflettori si spegneranno sui casi di cronaca?

Lo sciopero delle donne del prossimo 14 giugno 2019 chiede anche questo.

Pepita Vera Conforti,
Coordinamento donne della sinistra, promotrice di viveresenzaviolenza.ch

Apparso sul Corriere del Ticino, 21 febbraio 2019

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