Narrare diversamente la violenza sulle donne

Narrare diversamente la violenza sulle donne

Recentemente i fatti di stupro in Italia hanno rilanciato la riflessione sulla comunicazione utilizzata nel trattare i casi di violenza sulle donne e su come autori e vittime siano presentate dalle immagini e dalle parole nei media. Prima di tutto l’attenzione è ancora spesso posta sull’etnia dell’autore di violenze, come se questo potesse rendere più o meno accettabile la violenza perpetuata. Le ricerche, i dati dei consultori di aiuto alle vittime e i dati di polizia mostrano come gli autori di violenza fisica, sessuale, economica e psicologica nei confronti delle donne, sono uomini di ogni età, classe sociale, professione, formazione, etnia e nella maggior parte dei casi hanno una relazione con la vittima. Ci sono poi le parole che narrano le vicende di violenza come “raptus, follia, gelosia, disperazione, passione, alcolismo,…” tutte forme che tendono invevitabilemente a togliere responsabilità all’autore della violenza, se non addirittura a giustificarla.
Le fotografie che accompagnano le notizie di cronaca su delitti e violenze sulle donne ritraggono sovente una donna raggomitolata, piena di lividi o tagli sul viso, nell’atto di subire violenza. Immagini simili hanno accompagnato anche le notizie riportate sui media locali nelle scorse settimane in occasione delle decisioni del Consiglio Nazionale in materia di protezione alle vittime. L’immagine suggerisce sempre una donna fragile, passiva, sottomessa, la violenza messa in scena è sempre di tipo fisico. Un modo di rappresentare la violenza domestica facile, scontata, ma che rischia di ridurla a quell’unico episodio. Certo, chi denuncia ha bisogno di essere creduta, di sentirsi protetta, ma anche di essere riconosciuta come una persona che desidera che l’altro smetta di maltrattarla, picchiarla, minacciarla, perseguitarla. Una narrazione differente della violenza sulle donne è possibile e passa attraverso parole e immagini che non suscitino solo momentaneo sgomento, ma che inducano a capire meglio un fenomeno complesso, a riconoscerne precocemente i segnali, indicare le vie di uscita. Affinché questo avvenga è necessario che chi opera nei media cambi le parole con le quali racconta la violenza. Perché basta poco per dimenticare tutto fino al successivo dramma, dando l’impressione che si tratti di un’emergenza e non di una questione di salute pubblica, che interessa tutti ogni giorno.

Pepita Vera Conforti
Copresidente Coordinamento donne della sinistra

Apparso su Corriere del Ticino, 25.9.2018

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