Quando Carmen punta la pistola

Gina la Mantia*
l’opinione – Corriere del Ticino, 22.01.2018

Purtroppo non ho avuto la fortuna di poter andare a vedere la «Carmen» nell’interpretazione del regista Leo Muscato al Teatro del Maggio musicale di Firenze: tutto esaurito. Rimango però molto perplessa di fronte alle reazioni di condanna e all’alzata di scudi da parte di persone acculturate a questa messa in scena, che fondamentalmente non fa altro che farci riflettere su un nuovo quesito, tanto necessario al giorno d’oggi: e se fosse Carmen a uccidere?
Il regista che ha osato dare una nuova lettura al finale di Carmen e fare di lei al posto di una vittima, seppur ribelle, una protagonista del suo destino, viene incolpato ad esempio da Giancarlo Dillena sul Corriere del Ticino del 16 gennaio di usare «mezzucci narrativi», di servirsi di «manipolazioni, storpiature e scorciatoie» e di «aggrapparsi all’attualità trendy». E puntualmente, come spesso avviene in questi contesti, un’insofferente riferimento al «politically correct» non manca. Il politically correct, che tanto infastidisce perché ci costringe ad uscire dalle nostre gabbie mentali e ammettere che le ingiustizie che alcune cerchie minoritarie (ma neanche tanto minoritarie, se pensiamo alle donne) subiscono nella nostra società sono enormi, e che per uscire da questi schemi discriminatori occorre rinnovare il linguaggio, le immagini, la narrazione e la mentalità che altrimenti restano cementificati, e con essi i rapporti di potere. E proprio l’Italia, se penso alle sue trasmissioni televisive che spesso presentano la donna in posizioni di chiara sottomissione e la privano di ogni dignità, nella migliore delle ipotesi come «velina», in quella peggiore, ad esempio, infilandola seminuda sotto un tavolino (ricordo il documentario di Lorella Zanardo «Il corpo delle donne»), di political correctness di sicuro non abbonda, anzi: benvenga una Carmen che rovescia le certezze e che – per una volta! – punta la pistola contro il suo oppressore.
Il femminicidio e la violenza di genere non sono delle «attualità trendy», ma delle realtà drammatiche. In Svizzera, ogni tre settimane una donna muore per un atto di violenza domestica, e mediamente contiamo al giorno 47 delitti di questo tipo, seppur non dall’esito letale. Solitamente l’autore di violenza si rivela un Don José: spinto da quella emozione erroneamente esposta come amore ma che, siccome per amore non si picchia e non si uccide, non è altro che la necessità di possedere e dominare.
Aggrapparsi unicamente al libretto tramandato, chiudendosi alle nuove interpretazioni e agli adeguamenti d’attualità, credo farà morire fossilizzata l’opera lirica. L’arte del teatro, della narrazione, della musica e del canto è bella e unica proprio per questo: non è un monumento scolpito nella pietra, non è una pittura compiuta appesa in un museo, ma si risveglia con ogni recitazione nuovamente e può, talvolta, anche prendere una piega sorprendente, senza pregiudicare nulla per sempre. Tanto di capello quindi a chi osa interpretare, specialmente in una società che, a quanto pare, predilige la celebrazione di un rito compiacente all’arte viva che potrebbe, forse, disturbare la tranquillità.

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