Chiedere giustizia per le vittime di violenza commettendo violenza? Non ci siamo proprio.

Giovedì scorso in seduta di Gran Consiglio è andato in scena un triste dibattito sfociato poi in una spirale di violenza contro alcune deputate su alcuni profili social. Una spirale d’odio che mette in dubbio la volontà politica di voler andare alla radice del problema legato alla violenza di genere perpetuarsi anche all’interno dell’amministrazione cantonale come purtoppo su tutto il territorio ticinese.
Come possiamo pretendere che da quel parlamento, spinto da meri giochi elettorali, venga sradicato un problema strutturale se a sua volta alcuni degli stessi deputati fomentano un dibattito denigratorio, violento e sessista? Come possiamo pretendere giustizia per le vittime da quei parlamentari che a loro volta istigano violenza e addirittura non intervengono con la stessa veemenza verso gli utenti che augurano alle deputate di ricevere lo stesso trattamento delle vittime in questione?
Questo dibattito ha dimostrato come la politica e la nostra società sia fatta di pochi specialisti e troppi opinionisti. Politici che non sembrano pronti ad affrontare seriamente e coscienziosamente il problema. La politica non sembra esprimere seriamente la volontà di lottare contro una struttura culturale che sistematicamente non difende e non crede alle vittime, anzi riproduce modelli tossici di comunicazione sessista.
In conclusione aggiungiamo il commento di Pepita Vera Conforti, che da almeno 10 anni è nel dibattito con proposte, azioni e articoli. Nel 2019 Pepita è interventa nel dibattito presentando una serie si proposta. (Qui potete trovar il suo articolo, dal contenuto più esperto e meno opinionista: https://coordonne.ch/metoo-alzi-la-mano-chi-ha-banalizzato/ )
“Per cambiare sono necessarie volontà politica e risorse finanziarie. Sono indispensabili regole chiare per le aziende pubbliche e private, verificate attraverso gli ispettori del lavoro. Direttive e procedure di intervento condivise per proteggere l’integrità e la dignità delle collaboratrici e dei collaboratori, regole la cui assenza o inosservanza possono diventare motivo di esclusione, ad esempio, a un concorso pubblico. È anche indispensabile utilizzare strumenti di selezione dei quadri dirigenti (magari evitando team solo maschili) orientati a verificare anche le competenze sociali e decisionali, la capacità di garantire un clima di rispetto. Offrire loro una formazione specifica. É importante che venga stabilito un obbligo di segnalazione dei casi trattati nelle aziende all’ispettorato del lavoro, anche quando questi sono stati risolti internamente. Infatti non tutte le molestie sono della stessa natura e hanno le medesime conseguenze per le vittime, e per ogni situazione – così chiede anche la legge- è necessario prendere provvedimenti proporzionati, anche penali se è il caso. Ci possono essere molte altre misure, ma la cosa sulla quale bisogna seriamente lavorare è la creazione di un clima in cui la persona che denuncia sia presa sul serio, senza che pregiudizi e banalizzazioni invalidino la loro parola.”
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