Comunicato Stampa – Bellinzona, 28 gennaio 2025
Di fronte a un ennesimo femminicidio, il Coordinamento donne della sinistra esprime la propria indignazione per le donne vulnerabili e la mancanza di tutele.
Un altro femminicidio scuote la nostra società e costringe a riflettere su quanto sia radicata e tollerata la violenza contro le donne. La narrazione dei media, che contribuisce a colpevolizzare la vittima e dunque a perpetuare violenza e stereotipi, ha dimenticato la vittima, una giovane donna la cui vita è stata spezzata in un contesto di fragilità e violenza sistemica.
Questa morte è l’ennesima riprova della crescente oggettificazione delle donne. È chiaro, la professione di sexworker è una delle più vulnerabili, spesso esposta alla violenza fisica, psicologica ed emotiva, eppure ci si può interrogare seriamente se le tutele attuate finora siano adeguate. Le donne che scelgono, o sono costrette, a lavorare nel sesso spesso non sono riconosciute come persone, ma come oggetti di consumo, le cui vite sono considerate meno importanti. Un sistema che consente questa condizione è un sistema che deve essere messo in discussione con urgenza. Nessuna persona dovrebbe essere lasciata sola a fronteggiare la violenza, senza che ci sia una rete di tutela e leggi a garantirle la sicurezza nell’esercitare la propria professione. Una professione legale in Svizzera e che, come tale, va rispettata.
La Convenzione di Istanbul, entrata in vigore in Svizzera il 1° aprile 2018, stabilisce principi chiari e fondamentali per prevenire e contrastare la violenza contro le donne, tra cui la protezione delle vittime, il perseguimento penale e l’approccio globale e coordinato alla violenza di genere. Tuttavia, nonostante la ratifica del trattato internazionale, la Svizzera ha firmato la Convenzione con quattro riserve, lasciando di fatto molte lacune nelle politiche di protezione, in particolare per le sexworkers. La Convenzione riconosce varie forme di violenza, dalla violenza fisica a quella psicologica, sessuale, fino alle molestie e agli atti persecutori. Ma se da un lato sono stabiliti i principi di protezione e prevenzione, dall’altro la realtà delle donne vulnerabili e le mancanze nelle politiche nazionali restano visibili e insostenibili. In Ticino, non esistono sufficienti sorveglianze giuridiche e sociali per chi vive questo tipo di lavoro. In Gran consiglio è ferma dal 2019 una mozione che chiede una lotta risoluta contro il flagello della tratta di esseri umani, di cui 1/3 sono vittime della prostituzione. È necessario un cambiamento radicale, che parta da una revisione delle normative esistenti, ma anche da un impegno concreto a proteggere le sexworkers e a garantire loro l’accesso a diritti fondamentali, come la salute, la sicurezza e il rispetto della loro dignità umana.
per il Coordinamento donne della sinistra
Chantal Buntschu
Il comunicato stampa in pdf: CS Femminicidio rivisto per sito

