I metri di stoffa e la libertà

I metri di stoffa e la libertà

Passano gli anni, eppure gli attacchi di alcuni politici di destra rimangono pressoché gli stessi e costoro non si preoccupano di sferrarli neppure nei periodi più fragili e inappropriati. E così, anche durante un anno stravolto da una pandemia, che è ancora in corso e sta sfociando in crisi economiche e sociali, a Locarno si torna a discutere di burkini, trasformando nuovamente il corpo delle donne in un campo di battaglia politica, con la pretesa di renderle libere e alla pari con gli uomini grazie all’assenza di alcuni metri di stoffa.

Peccato che la libertà e l’uguaglianza vadano perseguite in ben altri modi, rispetto ai quali gli stessi politici di destra, guarda caso, sono spesso i primi ad opporsi. Si pensi – solo per citarne alcuni – all’introduzione di congedi parentali, alla messa in atto di misure per favorire la conciliabilità tra famiglia e lavoro, come asili nido, mense o altri servizi extra-scolastici più accessibili e maggiormente presenti sul territorio, alla garanzia di salari equi e dignitosi in tutti i settori lavorativi e alla valorizzazione del lavoro di cura e di assistenza non retribuito, ad esempio tramite il riconoscimento da parte delle assicurazioni sociali.

La realtà è che dietro al divieto del burkini non ci sono ideali illuministi o femministi – come vogliono far credere i relatori della mozione e del rapporto di maggioranza in questione – bensì della “semplice” islamofobia, che sovente è un utile strumento per accaparrarsi il voto di un qualche elettore. Perché vietare il burkini non è sinonimo di libertà, ma al contrario, significa imporre alle donne – specificatamente musulmane – di scoprirsi; costringendole così ai nostri usi e costumi, senza tener conto delle loro volontà o abitudini culturali. Questa imposizione non ha nulla a che vedere con la libertà, ma rappresenta una violazione di essa, oltre che un’evidente discriminazione (culturale, religiosa e di genere). Per essere libere, dovrebbero essere le donne a decidere fino a che punto modificare i propri costumi!

Quindi, cari politici, smettetela d’imporre codici di abbigliamento alle donne di altre religioni o etnie, in nome della libertà e dell’uguaglianza, e cominciate invece a impegnarvi seriamente per risolvere i problemi di disparità e discriminazione di genere, ben presenti anche alle nostre latitudini e ulteriormente accentuati dalle crisi attuali.

Nancy Lunghi

 

Pubblicato sul Corriere del Ticino in data 07/09/2020

 

 

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