J'accuse

di Giulia Petralli, deputata Verdi del Ticino – laRegione, 30 Oct 2025

Da qualche decennio le istituzioni pubbliche vivono sotto la spinta di una visione chiamata New Public Management: importare nel pubblico ciò che proviene dal privato; dalla logica dei profitti ai tagli di spesa, dalla competizione interna alla valutazione tramite numeri e classifiche. Una ricetta proposta come soluzione magica ai conti pubblici. Da questa scia si alimenta una retorica ormai stancante: lo Stato sarebbe un pachiderma inefficiente, incapace di creare lavoro o di innovare, e l’unica via sarebbe trasformarlo in una macchina aziendale che “produce” e “sta sul mercato”.

Anche nel dibattito in corso si ripete che il posto di lavoro vero lo dà il privato, come se infermieri, docenti, operatori sociali non contribuissero alla ricchezza collettiva. Una narrazione che confonde il valore di ciò che produce profitto con il valore di ciò che produce società. Eppure, lo Stato non è un’azienda, e soprattutto non deve esserlo. Il politologo Gilles Pollet lo ribadisce con chiarezza: lo Stato non ha proprietari, ma cittadini; non vende servizi, ma garantisce diritti; non massimizza profitti, ma tutela l’interesse generale. Tradotto: la logica del mercato può decidere chi “merita” una scuola, una cura, una strada, lo Stato no. Quando si applicano al settore pubblico i criteri del “se non rende, chiudi”, succede qualcosa di semplice: l’efficienza si trasforma in abbandono. Il nostro Cantone dovrà affrontare un disavanzo strutturale di 700 milioni di franchi circa. È una cifra seria e ridurla è giusto, ma equivocare i metodi può essere disastroso. Perché tagliare personale nella scuola o nella sanità, o privatizzare servizi pubblici essenziali, non porta vera efficienza: porta ritardi, peggioramento della qualità e un conto sociale più salato. Perciò la vera domanda non è quanto dobbiamo tagliare, ma quanto rischiamo di perdere. Esiste in questo senso solo una via responsabile: riformare come lo Stato lavora, non quanto Stato deve esistere.

Significa, in altre parole, partire da una revisione intelligente della spesa, che non tocchi ciò che serve, ma che elimini doppioni, ritardi inutili e sovrapposizioni tra enti. Significa migliorare i servizi investendo nella digitalizzazione dove ha senso, semplificando, ascoltando chi lavora sul campo: perché l’efficienza nasce dal coinvolgimento, non dalla sfiducia. Significa pure agire sul lato delle entrate. E qui serve coraggio politico. In un contesto in cui la ricchezza si è concentrata in poche mani, è giusto chiedere a chi ha di più di contribuire. Non per punire il successo, ma per garantire equità. Un sistema fiscale progressivo non toglie ricchezza, la redistribuisce, rimettendola in circolo sotto forma di scuole, sanità e infrastrutture. Uno Stato non vive di bilanci, ma di fiducia. Ogni volta che scegliamo di investire nei diritti invece che nei tagli, rafforziamo quella fiducia collettiva che ci tiene uniti. Il mercato può generare opportunità, certo, ma solo lo Stato può garantire che siano accessibili. Perché una società non si misura da ciò che produce profitto, ma da ciò che decide di proteggere.