INTERVISTA a Mara Dal Mas, specialista in salute sessuale
su Cooperazione no. 36 del 3 settembre 2026 da parte di Giorgia von Niederhäusern
Bambini e pornografia: il mix fa arricciare il naso, ma va affrontato. Inutile credere che i nostri figli non vengano mai a contatto con materiale a luci rosse. Come e da che età affrontare il tema? Ce ne parla la specialista in salute sessuale Mara Dal Mas.
Testo Giorgia von Niederhäusern Foto Mélanie Türkyilmaz
Partiamo da una storia vera: un bambino della scuola dell’infanzia torna a casa scombussolato perché un compagno gli ha mostrato materiale pornografico. Scioccato, racconta tutto ai genitori. Cosa consiglierebbe loro?
Credo innanzitutto si tratti di qualcosa di molto raro fra bambini così piccoli. Dovesse accadere, ai genitori consiglierei per prima cosa di complimentarsi con il bambino per essere venuto da loro a raccontare l’accaduto e per essere riuscito a esprimere le proprie emozioni. È molto importante che i bambini trovino questo tipo di accoglienza a casa. Poi suggerirei di spiegargli che si tratta di immagini destinate agli adulti e che lui non avrebbe dovuto vederle. Come genitore, cercherei anche di capire con molta delicatezza che cosa possa essere successo all’altro bambino, che non dovrebbe essere esposto a immagini di questo tipo né possederne. Sottolineo “con molta delicatezza” perché non bisogna trasformare l’episodio in un problema più grande di quello che è. Ne parlerei con gli altri genitori o con la maestra per capire come mai queste immagini circolino e attraverso quali mezzi. Poi approfitterei per affrontare col bambino i temi del corpo e del consenso. L’educazione sessuale può iniziare già in età molto precoce, naturalmente in forme adeguate all’età. Spiegherei al bambino, che ha visto persone nude e parti del corpo che sono private. Le nominerei se possibile con i termini corretti e gli direi che si mostrano solo a persone specifiche che si prendono cura di lui, come i genitori o il medico. È inoltre giusto dirgli anche che, se dovesse succedere di nuovo, deve dire di no, perché nessuno ha il diritto di mostrargli materiale di questo tipo. E che può sempre venire a parlarne a casa, senza vergogna o paure.
Per alcuni coach di educazione sessuale, già a tre anni si dovrebbe parlare ai bambini di ciò che potrebbero vedere involontariamente sullo schermo.
Gli esperti di media e comunicazione lo dicono chiaramente: se un bambino così piccolo utilizza dispositivi connessi, il genitore deve stargli accanto e sorvegliare sempre i contenuti visualizzati. L’educazione sessuale è un percorso graduale, che segue l’età e lo sviluppo dei bambini. Lo stesso vale per l’uso degli strumenti digi- tali. Più aumenta la libertà di accesso senza la presenza fisica del genitore, più è impor- tante esplicitare anche i rischi presenti in rete e sviluppare lo spirito critico e le competenze del bambino.
Posso esprimere il mio turbamento o una certa vergogna rispetto alla pornografia come genitore?
È un tema che crea emozioni molto forti negli adulti ed è anche giusto che lo riconosciamo. Lo possiamo anche condividere con i nostri figli. È importante però non farci sopraffare dalle nostre emozioni, mantenere aperto il dialogo e non far sentire i piccoli in colpa o sbagliati, altrimenti chiudiamo le porte all’aspetto più importante: mantenere un dialogo di fiducia. Pensare che i nostri figli non incapperanno mai nella pornografia è utopia. Quindi la chiave sta nel modo in cui li accompagniamo fin da piccoli a raccontarci le emozioni che suscitano in loro determinate immagini, a proteggersi. E poi, quando saranno più grandi, a come avere uno spirito critico per leggere la pornografia per quello che è, cioè una rappresentazione non corretta della sessualità reale.
In media a quale età si entra in contatto con la pornografia?
Secondo l’ultimo studio JAMES (un’indagine condotta ogni due anni dalla Scuola universitaria professionale di Zurigo per analizzare l’uso dei media e il tempo libero dei giovani tra i 12 e i 19 anni, ndr) il 12 per cento degli intervistati tra i 12 e i 13 anni afferma di avere già visto immagini pornografiche. Tramite telefonino, tablet e altri dispositivi, e in assenza di controlli adeguati, è abbastanza probabile che i ragazzi entrino in contatto con contenuti espliciti. In genere, dunque, a partire dai 10 anni la probabilità di imbattersi nella pornografia può aumentare, vista anche la propensione a quell’età alla curiosità e alla ricerca di risposte. Una probabilità che finisce poi per superare il 50 per cento tra i 17 e i 18 anni. Sui bambini più piccoli non abbiamo cifre ufficiali; è però evidente che, quanto più hanno accesso ai media senza controlli, tanto più aumenta anche questa possibilità.
A partire dai 10 anni si è penalmente imputabili. I bambini a questa età vanno informati in modo esplicito anche sugli aspetti legali?
È importante collocare la legge nel suo giusto contesto. Non farei un discorso in- centrato unicamente sui divieti, né la userei come uno spauracchio: repressione e paura, si sa, non sono metodi educativi efficaci. Va spiegato che in Svizzera è vietato mostrare o inviare a minori di 16 anni materiale pornografico, oppure fruire di materiale che contiene violenza o che coinvolge animali o minori. Userei le norme in vigore come punto di partenza per un di- scorso più ampio, spiegando perché la pornografia non rappresenta uno strumento adeguato di educazione sessuale e che si ritiene infatti che, al di sotto dei 16 anni, si sia ancora particolarmente sensibili e non sufficientemente maturi per confrontarsi con certe immagini, che possono trasmettere un’idea distorta di ciò che significa avere rapporti sessuali nella realtà. Va spiegato che nella pornografia manca il dialogo con la richiesta di consenso, la protezione da malattie, l’attenzione al piacere di entrambi o il rispetto. E va sottolineato che può essere punibile chi mostra o invia questo tipo di materiale, dando esempi concreti. Se, per esempio, un genitore trova sul telefonino del figlio un’immagine pornografica inviata da un amico dodicenne, può segnalare il caso alle autorità. Anche quello che per i ragazzi può sembrare un gesto banale o uno scherzo va quindi contestualizzato: è importante far capire perché non si fa. Ossia: non si può sapere come l’altro reagirà a un’immagine che magari a qualcuno fa ridere, ma che per un altro può essere disturbante.
Lo stesso discorso esplicativo vale anche per il sexting?
Sì. Due anni fa le norme per il sexting sono cambiate. Sotto i 18 anni è consentito lo scambio di materiale intimo, ma solo se sono rispettati determinati criteri importantissimi, come il pieno consenso bilaterale, la vicinanza di età che non deve superare i tre anni o la non divulgazione delle immagini. Spiegare la legge è importante, ma lo è ancora di più fornire ai propri figli le competenze per non usare in maniera ingenua e potenzialmente pericolosa i supporti digitali.
Sono molti oggi i genitori che si occupano attivamente dell’educazione sessuale dei figli, affrontando anche il tema della pornografia?
Tutti i genitori fanno educazione sessuale, anche senza accorgersene. Per esempio, nel modo in cui si relazionano al partner o come dimostrano affetto. Chi però affronta l’educazione sessuale dei figli attivamente, deve prima guardarsi dentro e chiedersi: «Qual è il mio rapporto con questo tema? Che cosa penso della sessualità o della pornografia?». Ed eventualmente lavorare su paure e tabù per non continuare a trasmetterli. Credo che i genitori con un approccio più attivo stiano aumentando. Lo vedo anche in consultorio. Siamo una generazione figlia di un’educazione sessuale ancora repressiva e piena di tabù: abbiamo ricevuto poche risposte e ci siamo arrangiati molto da soli. Tanti di noi hanno capito i limiti di questo metodo “fai da te” e vogliono offrire altro ai figli. Oggi, per farlo, ci sono più strumenti rispetto al passato. Chiunque sia anche solo minimamente interessato a trovare risposte può contare su libri, podcast, specialisti online e molte altre risorse. Tra i genitori vedo quindi il desiderio di fare meglio delle generazioni precedenti, ma ci sono ancora molte paure e vergogne. Siamo in una fase di transizione, però mi sembra che si stia andando nella direzione giusta. Anche le scuole fanno sempre di più. Idealmente, l’educazione sessuale e affettiva dovrebbe cominciare sin dalla scuola dell’infanzia, come è già il caso in Svizzera romanda. Un principio sostenuto anche dalla Confederazione, sulla base dei Diritti sessuali internazionali.
Quali sono le letture che consiglierebbe?
Ce ne sono davvero molte e ognuno deve trovare le sue, quelle con cui si sente più a proprio agio. Se dovessi fare una scelta: a partire dai 4 anni, Il tuo corpo è tuo, di Lucia Serrano. Dai 6 anni, La sessualità spiegata ai bambini e alle bambine di ieri, oggi e domani, di Chiara Gregori. Dai 7 anni, Sesso è una parola buffa di Cory Silverberg. Dai 10 anni, Tutto quello che non hai mai osato chiedere di Zep e Hélène Buller e, dai 13 anni, Hey You, l’opuscolo di Salute Sessuale Svizzera. Sul sito del Consultorio di Salute Sessuale dell’Ente Ospedaliero Cantonale ci sono una bibliografia e altro materiale.
In Svizzera si discute della necessità di introdurre strumenti migliori per verificare l’età di chi vuole accedere a materiale pornografico. Lei che ne pensa?
Sono d’accordo con un’introduzione del riconoscimento facciale o identità elettronica che aiutino anche i genitori a livello di controllo. Ma come dicevo, i divieti non sono l’unica via. Se non sono accompagnati da un’educazione sessuale attiva e un discorso aperto e critico, non bastano. Altrimenti i ragazzi incappano nella pornografia all’età consentita, senza averne le chiavi di lettura giuste.

