di Giulia Petralli, deputata Verdi del Ticino, laRegione del 18 aprile 2026, con replica di Daniel Ritzer
C’è qualcosa di profondamente disturbante, e rivelatore, nel leggere a grandi lettere la parola “vizietto” per descrivere gli abusi sessuali commessi da un docente su ragazze minorenni. Non è solo una scelta infelice quella apparsa su laRegione nell’edizione di sabato 11 aprile, è proprio una presa di posizione. È un atto linguistico che minimizza, banalizza e, di fatto, protegge la violenza. Un “vizietto” è un’abitudine innocua, qualcosa che si dice con leggerezza, magari con un sorriso complice. Usare questo termine per riferirsi a reati gravi contro l’integrità fisica e psicologica di adolescenti significa svuotare di gravità ciò che è, a tutti gli effetti, un abuso di potere e una violenza sessuale. Significa spostare l’attenzione dal danno subito dalle vittime alla presunta “debolezza” dell’aggressore. Significa, ancora una volta, raccontare la violenza dal punto di vista di chi la esercita, invece che di chi la subisce. Le parole non sono mai neutre. Costruiscono realtà, orientano il giudizio, legittimano o condannano comportamenti. In questo caso, quella parola – il “vizietto” – si inserisce in una lunga tradizione di indulgenza nei confronti della violenza maschile. È la stessa logica che per anni ha trasformato le molestie in “complimenti”, le aggressioni in “ragazzate”, gli stupri in “errori”. E non è negligenza, è purtroppo ancora la nostra cultura.
Una cultura che protegge gli uomini, soprattutto quelli inseriti in ruoli rispettabili, e chiede alle donne e alle ragazze di sopportare, di tacere, di non “esagerare”. Una cultura che costruisce una pseudo-solidarietà maschile, fatta di strizzate d’occhio e minimizzazioni, che ha come effetto quello di isolare ancora di più le vittime e rendere più difficile la denuncia. Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per cambiarle. Qui non c’è nessun “vizietto”. C’è abuso. C’è violenza. C’è una grave violazione della fiducia e della sicurezza che la scuola dovrebbe garantire. E c’è una responsabilità precisa anche nel modo in cui i media scelgono di raccontare questi fatti. Chi scrive ha un potere enorme: può contribuire a smantellare la cultura della violenza oppure rafforzarla. Può raccontare i fatti così come avvenuti, può stare dalla parte delle vittime oppure, consapevolmente o meno, dalla parte di chi le ha ferite. Per questo è necessario riconoscere ogni linguaggio oltraggioso, affinché non passi sotto silenzio. La violenza non è mai un dettaglio. Non è mai un “vizietto”. Non è mai qualcosa di cui sorridere o da ridimensionare. È ora di sradicare questa complicità culturale, di interrompere questa narrazione indulgente, di pretendere responsabilità, anche, e soprattutto, dalle parole.
Col senno di poi e a scanso di ogni equivoco nel titolo dell’articolo da noi pubblicato lo scorso 11 aprile sarebbe stato meglio usare un altro termine al posto di ‘vizietto’. Articolo che raccontava degli atteggiamenti inappropriati che il docente di scuola media arrestato con l’accusa di aver commesso abusi sessuali su minorenni avrebbe adottato nei confronti di diverse colleghe e allieve nel corso degli anni. È a questa condotta a cui si riferiva il termine, non agli abusi veri e propri. Reati e atteggiamenti che comunque nessuno di noi intende sminuire in alcun modo e ci scusiamo se è passato questo messaggio, non era evidentemente lo scopo. Anzi, è proprio la volontà di contribuire a sradicare dalla nostra società questo tipo di comportamenti, anche penalmente rilevanti, che ci spinge a svolgere un lavoro di cronaca minuzioso.
Daniel Ritzer

